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Fare domande ai pazienti è un compito delicato, da considerare
con attenzione. Molte volte, infatti, lo stile delle domande del medico
può aiutare il paziente a sentirsi a proprio agio; altre volte, le
domande possono, se mal poste, fornire risposte non utili ai fini della
cura.
Ad esempio, quando redige una prima anamnesi, il medico può scegliere
di chiedere lo stato civile del paziente oppure il suo stato relazionale:
nel caso di un assistito omosessuale, la mera informazione sullo stato civile
può non essere sufficiente a descrivere la sua effettiva condizione
di vita.
Nel corso del colloquio è importante non dare per scontato che il
partner di una donna sia un uomo, e che il partner di un uomo sia una donna.
In tal senso, le domande possono essere formulate in modo da non indicare
il genere del partner, con espressioni del tipo: ‘Ha una relazione
stabile e importante con una persona?’, oppure: ‘Ha un partner
fisso?’, e solo in seconda istanza chiedere se il partner è
un uomo o una donna.
Usare un linguaggio neutro rassicura le persone omosessuali: consente ai
pazienti di esprimersi autenticamente e dà un segnale che li incoraggia
ad aprirsi. Specie con i nuovi pazienti, la relazione rischia di essere
messa a repentaglio se si pongono domande che assumono come scontata la
loro eterosessualità.
In che misura questo linguaggio neutro potrebbe risultare offensivo per
alcuni pazienti eterosessuali? Alcuni pazienti eterosessuali potrebbero
reagire con fastidio o rabbia? Si è visto che, in realtà,
la maggior parte non se ne accorge o non ha preoccupazioni al riguardo.
“Ero in ospedale per un intervento
al naso. Tutti i pomeriggi veniva a trovarmi Mauro, il mio compagno, mi
portava gli indumenti puliti e mi faceva compagnia.
Viviamo insieme da 8 anni.
Mi ha fatto piacere che il medico utilizzasse con tranquillità
il termine ‘compagno’ o ‘fidanzato’ per riferirsi
a Mauro, anche di fronte agli altri. Non era per niente imbarazzato. Mi
sono subito fidato di lui,
aveva capito che non era un semplice ‘amico’
ma la persona
più importante per me.
Ci sono invece quelli che si bloccano e dicono "dov’è
il suo… ?"
Non riescono proprio a dirlo!”
(Luigi, 52 anni, impiegato, provincia di Novara)
“Ogni volta che cambio città si presenta lo stesso problema:
a quale medico di base iscrivermi?
Ne voglio uno con cui posso esprimermi liberamente.
Mi succede, qualche volta, di cambiare anche due-tre medici prima di trovare
quello che mi ispira fiducia”
(Fabio, 45 anni, imprenditore, Cuneo)
“Mi trovo bene con la mia ginecologa. Sono andata da lei perché
sentivo un bruciore alla vagina. Pensavo di vergognarmi, invece mi ha
messo a mio agio.
Abbiamo parlato con naturalezza anche del fatto che uso oggetti sessuali
con la mia ragazza.
Mi ha dato delle informazioni e mi ha rassicurata”
(Anna, 25 anni, commessa, Milano)
“La ginecologa mi ha chiesto: "Lei è sessualmente attiva?"
"Sì".
"Quali anticoncezionali usa?"
Io, da lesbica, non sapevo come rispondere…
Perché assumere che essere attiva sessualmente, per un donna, significa
essere necessariamente penetrata da un uomo?”
(Maria, 34 anni, insegnante, Napoli) |