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Promozione della salute e riduzione del rischio HIV nella popolazione gay, lesbica e bisessuale
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Il punto di vista del medico

 
 
     
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Carenza di tempo

Spesso il motivo principale del consulto non riguarda la sessualità o la salute sessuale. Introdurre esplicitamente tali questioni potrebbe dar luogo a conversazioni prolungate che ampliano l’orario di lavoro e ritardano le visite degli altri pazienti.
In realtà, per rendere più efficace l’intervento nei confronti dei pazienti omosessuali non è necessario fare domande aggiuntive, ma farle in maniera più calibrata e sensibile ed eventualmente sapere a chi inviare il paziente.

“Non penso che ci siano molte differenze nel trattare un paziente omosessuale e un altro.
E poi abbiamo così poco tempo che rischiamo che molti aspetti del paziente siano trascurati anche se sono rilevanti.
Ciononostante, nel mio lavoro cerco sempre di creare un rapporto di fiducia con i miei pazienti”
(Salvatore, 60 anni, medico di medicina generale, Catanzaro)

“Mi è capitato, una volta, che una signora disperata mi chiedesse degli antidepressivi, ma non capivo che cosa avesse.
L’ho ascoltata qualche minuto e mi ha raccontato che il suo ex-marito voleva
impedirle di vedere la figlia perché aveva scoperto che lei stava con un'altra donna.
È bastato qualche minuto per sentirsi compresa.
L’ho poi indirizzata ad uno psicologo”
(Federica, 48 anni, medico di medicina generale, Genova)

     
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Conoscenze sull’orientamento sessuale

Alcuni medici sostengono di non sentirsi preparati a discutere con i propri pazienti di omosessualità, o dei rischi per la salute connessi con le pratiche sessuali tra persone dello stesso genere. In effetti, non è sempre facile trovare fonti informative adeguate al riguardo; inoltre, di frequente, le informazioni scientifiche paiono confondersi con le conoscenze di senso comune (stereotipi, pregiudizi… ).
La scarsa familiarità con le tematiche omosessuali può suscitare imbarazzo sia per il paziente sia per il medico, innescando autocensure e dando luogo a percezioni erronee e difficoltà comunicative.

“Da quando un mio collega in ospedale mi ha detto di essere gay è come se si fosse aperta una finestra su un mondo che non conoscevo. Così mi sono impegnato a capire meglio i miei pazienti, a capire se qualcuno fosse omosessuale, come si sarebbe sentito trattato da me.
È stato a tratti difficile.
Sento di non sapere molto ad esempio sulle pratiche sessuali tra due uomini o due donne.
Adesso mi accorgo che, anche grazie a questo lavoro, sono più attento a tutti i pazienti in generale.
Ognuno è diverso dagli altri”
(Giacomo, 43 anni, medico ospedaliero, Siena)

“Per me la situazione non è facile. Sono pediatra, sono una persona rispettata e stimata nel mio lavoro.
Le persone a volte sono molto ignoranti e confondono l’omosessualità con la pedofilia.
A volte penso a come reagirebbero le mamme dei bambini che curo se scoprissero che sono omosessuale.
So anche che alcuni miei colleghi sospettano di me,
ma non glielo dico perché hanno dei pregiudizi che, nel 2000, non hanno senso di esistere”
(Piero, 50 anni, pediatra, Palermo)

     

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