Inizio
Promozione della salute e riduzione del rischio HIV nella popolazione gay, lesbica e bisessuale
Home Dati e Ricerche Comunicazione del rischio Campagne Interviste Pratica medica Risorse
Home > Pratica medica > Il punto di vista del/la paziente
  

Il punto di vista del/la paziente

 
 

Così come qualsiasi altro gruppo umano, la popolazione omosessuale è notevolmente differenziata al proprio interno. Le persone omosessuali possono essere più o meno istruite, economicamente agiate o povere, giovani o anziane, con figli o senza, di varie origini etniche. Nonostante ciò, emergono alcune questioni comuni quando un/a paziente omo/bisessuale si presenta ad un servizio sanitario.

     
ˆˆmenuˆˆ  

Preoccupazioni riguardanti la riservatezza

Se i pazienti eterosessuali non hanno bisogno di rivelare la propria eterosessualità, i pazienti gay e le pazienti lesbiche si sentono spesso vulnerabili poiché temono che il proprio medico possa svelare a terzi, anche in modo accidentale, la loro omosessualità: se ciò accadesse, potrebbe creare problemi e cambiamenti indesiderati. Ad esempio, in un piccolo paese un giovane potrebbe non dire di sé al proprio medico, poiché teme che lui/lei possa poi riferirlo ai genitori, anche loro pazienti dello stesso ambulatorio.

     
ˆˆmenuˆˆ  

Paura del giudizio ‘eterosessista’

Una questione fondamentale per molti gay e lesbiche riguarda lo svelamento del proprio orientamento sessuale. Molti hanno paura di ricevere un trattamento peggiore qualora comunicassero al medico le proprie relazioni con persone dello stesso genere; temono di vedersi negata la presa in carico, di sentirsi giudicati o sgraditi in sede di consulto medico. Il paziente è in un momento di particolare vulnerabilità quando ha o sospetta di avere un problema di salute; per evitare ogni possibile atteggiamento negativo da parte del medico, può omettere informazioni su di sé che lo metterebbero in ‘cattiva luce’.
In realtà, sappiamo che oggigiorno molti medici in Italia non hanno pregiudizi rispetto all’omosessualità dei loro pazienti. Quello che tuttavia è importante, dal punto di vista della relazione, non è l’effettivo trattamento ingiusto ma l’aspettativa di trattamento ingiusto. La maggior parte delle persone omosessuali nel nostro contesto sociale è cresciuta in famiglie, scuole, circoli sportivi, ambienti di lavoro in cui aveva motivo di aspettarsi atteggiamenti di distanza, ripugnanza, contrarietà. Ed è consapevole che alcuni atteggiamenti ostili e discriminatori persistono ancora in alcuni medici, infermieri e altri operatori sanitari. A volte, bastano alcune parole o semplici segnali non verbali a scatenare il timore di essere giudicati o non compresi.

“Una delle prime volte che sono andato dal medico abbiamo parlato di quale sport fosse meglio indicato per me. Ha detto che mi sconsigliava lo step perché era uno ‘sport da gay’.
Con lui non mi sono mai sentito sicuro nel dichiararmi omosessuale.
Ho sempre ristretto così la comunicazione ai minimi termini”
(Giorgio, 22 anni, studente, Bari)

“L’anno scorso mi è capitato di essere ricoverata in ospedale…
Veniva a trovarmi la mia compagna ed io dicevo alle infermiere e ai medici che era mia sorella.
Avevo paura che, sapendolo, gli altri mi avrebbero trattata peggio,
mentre in quel momento volevo comprensione e attenzione…”
(Luisa, 38 anni, insegnante, provincia di Verona)

     
ˆˆmenuˆˆ  

Equivoci o incomprensioni

Per timore di non essere capiti molti pazienti gay e lesbiche non si sentono a proprio agio quando parlano della loro vita intima, delle loro relazioni e dei loro comportamenti sessuali. Ad esempio, alcuni uomini evitano di raccontare i loro rapporti sessuali anonimi nei luoghi deputati al consumo sessuale perché temono un giudizio di riprovazione morale da parte del medico; alcune donne esitano a parlare della loro relazione per evitare domande troppo intrusive da parte di un medico uomo.
Un elemento che può disturbare la Pratica medica è l’ambiguità o le cose ‘non dette’, ‘sospese’. A volte è opportuno essere franchi su qualsiasi aspetto poco chiaro o che non si conosce: non è offensivo, da parte del medico, chiedere al paziente di spiegare un aspetto del comportamento sessuale o dello stile di vita con cui non ha dimestichezza.

“Preferisco avere un medico donna, non importa se è lesbica o no.
Mi pare che mi capisca meglio. Posso parlare di tutto, senza timore.
Quello di prima mi faceva delle domande sulla mia vita che mi sembrava
non c’entrassero niente con la mia malattia”
(Anna, 45 anni, funzionaria, Imperia)

“Avevo una sensazione di bruciore quando andavo in bagno.
Allora sono andato dal medico specialista, un tipo molto gentile.
Lui mi ha chiesto se avevo avuto rapporti sessuali e di che tipo.
Quando gli ho detto che avevo rapporti con altri ragazzi si è pietrificato. Mi ha chiesto di ripetere come se non avesse capito.
Quando gli ho detto che tipo di rapporti avevo avuto, vedo la sua faccia imbarazzata, anch’io lo ero, così non gli ho raccontato più niente.
La mia impressione è che non volesse sapere di me”
(Antonio, 31 anni, assistente di volo, Firenze)

     
ˆˆmenuˆˆ  

L’equivalenza gay = AIDS

Dal punto di vista epidemiologico, gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini rappresentano tuttora un gruppo più esposto al rischio HIV rispetto alla popolazione generale.
Dal punto di vista della relazione interpersonale, molti uomini gay risentono però dell’assunzione automatica del legame tra omosessualità e AIDS, dovuta alla stigmatizzazione sociale e culturale che vede l’AIDS come una sanzione meritata di comportamenti scorretti e inaccettabili.
Alcuni uomini gay sensibilizzati all’argomento hanno livelli molto elevati di informazione rispetto all’HIV e potrebbero non voler parlare con gli operatori sanitari di qualcosa che pensano di sapere già. Molti si confrontano da anni con il rischio HIV attraverso varie strategie cognitive e comportamentali e potrebbero trovarsi a disagio quando operatori sanitari
danno loro consigli sulla prevenzione HIV troppo semplici, irrealistici e non mirati alla propria condizione. D’altro canto, alcuni medici potrebbero essere preoccupati di sollevare la questione dell’AIDS con un paziente gay o bisessuale per ‘non offenderlo’.
L’approccio più opportuno in questi casi è duplice: da un parte, evitare di colpevolizzare le persone omosessuali; dall’altra, riconoscere la maggior prevalenza di HIV nella comunità omosessuale e il rischio HIV connesso al sesso non protetto. Esagerare il rischio o, al contrario, minimizzarlo sortirà soltanto l’effetto opposto di rendere i pazienti disorientati e scettici.

“Ma perché il mio medico – in buona fede, credo –
mi parlava sempre e solo di AIDS?!?
Perché – così sembrava – considerava meno importanti
le altre cose di me?”
(Stefano, 28 anni, operaio, provincia di Cagliari)

“Mi trovo molto bene con il medico infettivologo che mi segue per la mia sieropositività…
Parliamo anche delle difficoltà che ho nel sesso. A volte sono così terrorizzato dall’idea di infettare qualcuno che non riesco ad avere rapporti sessuali. Poi a volte sono anche successi degli inconvenienti con il mio partner, che è sieronegativo, si è rotto il preservativo…
Gli ho spiegato cosa era successo,
mi ha ascoltato e mi ha spiegato cosa potevamo fare”
(Pietro, 32 anni, impiegato, provincia di Bologna)

     
ˆˆmenuˆˆ  

La questione del test HIV

A differenza degli eterosessuali, i gay che non hanno mai considerato il test dell’HIV sono la minoranza.
Molti uomini gay hanno un approccio al test basato su una serie di informazioni e di strategie personali. Al fine di essere efficace, l’invito del medico a sottoporsi al test HIV non può prescindere da questa eterogeneità di situazioni.
Alcuni gay non si sottopongono al test dato che praticano sempre sesso sicuro con tutti i loro partner; altri non fanno il test perché credono di essere positivi e non vogliono conoscerne l’esito per salvaguardare la ‘qualità’ della propria vita; alcuni, alla luce delle nuove terapie, sottovalutando la pericolosità dell’AIDS, non considerano prioritario sottoporsi al test HIV; altri ancora fanno il test nel caso in cui, ad esempio, si rompe il preservativo o, più in generale, solo quando vengono meno alle proprie personali regole di sesso sicuro.
Nella maggioranza delle coppie maschili i partner non usano il preservativo.
Questo comportamento non sempre è l’esito di una decisione concordata di sottoporsi al test HIV volto a verificare la sieronegatività di entrambi.
Altri possono non usare il preservativo perché sono innamorati, hanno paura di deludere il proprio partner, assumono che il partner sia in salute solo per il suo aspetto fisico esteriore.

“Sono bisessuale e sono sieropositivo da 4 anni.
Mi ricordo che quando sono andato a ritirare il test il medico mi ha chiesto della mia attività sessuale.
E dopo mi ha detto, tra le righe:
"Con tutto quello che ha combinato, facendo sesso qua e là,
che cosa si aspettava?".
Mi sono sentito morire.
Già la notizia mi aveva sconvolto e quel suo sguardo di rimprovero… ”
(Mario, 27 anni, parrucchiere, provincia di Roma)

“Il medico un giorno mi ha detto: "Se fosse per me, tatuerei AIDS sul culo di tutti i ‘froci’".
Non sapeva che anch’io ero gay,
pensava probabilmente di dire una cosa simpatica, ‘cameratesca’.
Abitavo in un piccolo paese e lui era l’unico medico di famiglia.
Mi sentivo malissimo ogni volta che dovevo andare nel suo ambulatorio. Non gli ho mai detto né chiesto nulla”
(Roberto, 43 anni, impiegato, Pordenone)

     

Home    Dati e Ricerche    Comunicazione del rischio    Campagne    Interviste    Pratica medica    Risorse