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Un altro aspetto da tenere in considerazione è la riservatezza.
Molti pazienti gay, lesbiche e bisessuali raccontano la propria preoccupazione
al riguardo.
Qual è il modo migliore, per un medico, di comunicare ai propri pazienti
che nel proprio ambulatorio la riservatezza e la tutela dei dati personali
sono questioni prioritarie, che non vengono trattate come mere formalità?
Le pratiche possono variare da ambulatorio ad ambulatorio. Alcuni medici
hanno l’abitudine di prendere nota in modo dettagliato dell’orientamento
sessuale dei pazienti; altri scelgono invece di chiedere al paziente se
desidera o meno che che tale informazione venga registrata.
Un paziente potrebbe chiedersi: quali tipi di informazioni sono assolutamente
riservate e quali no? Quali altri professionisti e operatori possono eventualmente
avere accesso alle mia cartella? Tutte queste preoccupazioni – anche
se non palesate – devono essere prese in considerazione.
Per rassicurare i pazienti gay, lesbiche e bisessuali riguardo al tema della
riservatezza dei dati personali, si potrebbe affrontare l’argomento
in maniera esplicita durante la prima visita: in questo modo il paziente
con necessità di aprirsi ha la possibilità di verificare concretamente
la sensibilità e l’attenzione del medico al riguardo. “Mi
sono rivolta allo psicologo del consultorio giovani della mia città.
È la prima persona a cui ho rivelato di essere lesbica.
Durante un incontro mi ha chiesto la tessera sanitaria e si è segnato
il nome del mio medico di base.
Non mi ha mai spiegato perché lo ha fatto. Ho paura che debba trasmettere
questa informazione al mio medico e ai miei insegnanti”
(Francesca, 18 anni, studentessa, provincia di Ragusa)
“Una volta mi è successo che un paziente di 17 anni è
risultato sieropositivo.
Era sconvolto e non voleva dirlo a nessuno.
Il fatto che fosse minorenne mi ha creato qualche problema:
dovevo forse dire qualcosa ai genitori?”
(Raffaella, 63 anni, medico di medicina generale, Roma) |